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Il comunismo e la famiglia - L’approccio marxista alla liberazione delle donne (2 - 2)

2016.08.15 21:34 ShaunaDorothy Il comunismo e la famiglia - L’approccio marxista alla liberazione delle donne (2 - 2)

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Vogel non pone la domanda fondamentale: se le donne verranno liberate dall’abbrutimento del lavoro domestico, dove le condurrà la loro liberazione? La riduzione del tempo speso a svolgere lavori domestici sarà forse correlata ad un aumento complementare delle ore trascorse al lavoro: due ore di meno a lavare vestiti e pavimenti, due ore di più alla catena di montaggio? Non è certo questa la concezione marxista della liberazione delle donne.
La sostituzione del lavoro domestico e della cura dei bambini con istituzioni collettive è un aspetto del cambiamento fondamentale del rapporto tra produzione e tempo di lavoro. In un’economia socialista pianificata, ogni tipo di attività economica, dalla produzione di acciaio e computer al lavaggio degli abiti, dei pavimenti e dei mobili, sarà oggetto di un rapido e costante incremento della produzione per unità di lavoro impiegato. Molto prima che si realizzi una società comunista, gran parte dei lavori domestici saranno automatizzati. Più in generale, assisteremo ad una costante diminuzione del tempo totale di lavoro necessario alla produzione e al mantenimento dei mezzi di consumo e dei mezzi di produzione.
In una società compiutamente comunista, gran parte del tempo sarà l’equivalente di quello che oggi chiamiamo “tempo libero”. Il lavoro necessario assorbirà così poco tempo ed energie, che gli individui lo offriranno volentieri alla collettività. Ognuno avrà a disposizione il tempo e le rirsorse materiali e culturali necessarie a svolgere un lavoro creativo e appagante. Nei Grundrisse (1857), Marx menzionò la composizione di musica come un esempio di lavoro veramente libero.
Nel 2005 Sharon Smith, una figura di spicco dell’Iso e sedicente teorica, scrisse un libro dal titolo Women and Socialism: Essays on Women’s Liberation (Haymarket Books), una cui riedizione rivista ed allargata dovrebbe uscire quest’anno. Un estratto della nuova edizione, “Theorizing Women’s Oppression: Domestic Labor and Women’s Oppression”, pubblicato dalla International Socialist Review (marzo 2013), delinea quello che secondo l’Iso è il suo nuovo approccio al femminismo. Le “teorie” di Smith si rifanno ampiamente al concetto di lavoro domestico non retribuito come base dell’oppressione delle donne, sviluppato da Lise Vogel.
Smith comincia col criticare Karl Marx e Friedrich Engels, passaporto indispensabile per l’ambiente femminista piccolo-borghese: “il modo in cui Marx ed Engels trattano l’oppressione delle donne contiene elementi spesso contradditori, alcuni sfidano a fondo lo status quo di genere, altri invece lo rispecchiano”. Anche più dura è la critica di Smith verso la rivoluzione bolscevica russa del 1917, un evento che i liberali, femministi o meno, considerano nel migliore dei casi un esperimento utopico e fallimentare, nel peggiore l’atto di nascita di uno Stato di polizia totalitario.
Accarezzando i pregiudizi anticomunisti, Smith sostiene che i bolscevichi appoggiassero il ruolo tradizionale delle donne, elevando la maternità al grado di supremo dovere sociale: “Nonostante le enormi realizzazioni della Rivoluzione russa del 1917, come la legalizzazione dell’aborto e del divorzio, il diritto di votare e di candidarsi a cariche pubbliche e l’abolizione delle leggi che criminalizzavano la prostituzione e l’omosessualità, essa non seppe produrre una teoria che sfidasse le norme naturali eterosessuali o la supremazia della predestinazione materna delle donne”. Smith cita poi John Riddell, uno storico di sinistra i cui scritti vengono spesso pubblicati sulla International Socialist Review dell’Iso: “In quel periodo le comuniste consideravano la gravidanza come una responsabilità sociale e cercavano di aiutare ‘le povere donne che desideravano sperimentare la maternità come gioia suprema’”.
Con una citazione fuori contesto, Smith e Riddell falsificano la dottrina e la pratica dei bolscevichi. I bolscevichi vedevano nella sostituzione della famiglia con strutture collettive, non un distante obiettivo della futura società comunista ma un programma da attuare nei fatti nello Stato operaio sovietico russo. Alexandra Kollontai, una delle dirigenti del lavoro bolscevico tra le donne, chiedeva che le istituzioni socializzate si facessero completamente carico dei bambini e del loro benessere fisico e psicologico sin dall’infanzia. Parlando di fronte al primo congresso pan-russo delle donne, nel 1918, essa affermò:
“Poco a poco la società si sta facendo carico di tutti gli impegni che prima gravavano sui genitori.... Già esistono case per i neonati, asili infantili, giardini d'infanzia, colonie e case per i bambini, infermerie e sanatori per gli infermi, ristoranti, mense per gli scolari, testi scolastici gratuiti, vestiti e scarpe per i bambini degli istituti d'istruzione. Tutto ciò non dimostra sufficientemente che il bambino esce dalla stretta cornice familiare, passando il peso della sua crescita e della sua educazione dai genitori alla collettività?” (La famiglia e lo Stato comunista, nostra traduzione)
In una società socialista, gli insegnanti e gli assistenti degli asili nido e delle scuole materne sarebbero uomini e donne. Solo così si eliminerà l’ancestrale divisione del lavoro tra uomini e donne nella cura dei bambini.
Il modo in cui Kollontai concepiva la famiglia del futuro non era insolito per i dirigenti bolscevichi. In Women, the State and Revolution: Soviet Family Policy and Social Life, 1917-1936 (Cambridge University Press, 1993), Wendy Goldman, una studiosa americana con simpatie femministe liberali, scrive che Alexander Goikhbarg, il principale autore del primo Codice legale sul matrimonio, la famiglia e la custodia, del 1918: “incoraggiava i genitori a rigettare ‘l’amore restrittivo e irrazionale per i figli’. Pensava che l’educazione dei bambini da parte dello Stato avrebbe ‘dato risultati molto migliori dell’approccio privato, individuale, antiscientifico ed irrazionale di singoli genitori ‘amorevoli’ ma ignoranti.’” I bolscevichi volevano liberare non solo le donne dall’angustia del lavoro domestico e dal dominio patriarcale, ma anche i bambini dagli effetti spesso negativi dell’autorità dei genitori.
I bolscevichi e la cura collettiva dei bambini
Riecheggiando Vogel, Smith scrive:
“Se la funzione economica della famiglia operaia, così cruciale nella riproduzione della forza-lavoro per il sistema capitalista, che allo stesso tempo costituisce la radice sociale di tutta l’oppressione delle donne, fosse eliminata, si potrebbero creare le basi materiali per la liberazione delle donne. Questo esito può iniziare a materializzarsi solo eliminando il sistema capitalista e sostituendolo con una società socialista che socializzi il lavoro domestico in precedenza assegnato alle donne.”
L’uso che fa Smith del termine “lavoro domestico” è ambiguo. Intende solo il lavoro domestico e la cura fisica dei bambini piccoli? Che dire allora del “lavoro domestico” implicato in quello che oggi chiamano l’essere genitori? Smith non lo dice. Ignora semplicemente la questione dei rapporti interpersonali tra una madre e il suo bambino: ascoltarlo e parlargli dei suoi problemi, dei suoi desideri e delle sue paure. Insegnargli le prime parole o i rudimenti dell’igiene e della sicurezza. Giocarci. Aiutarlo con i compiti. Ma non considerando queste interazioni come un terreno di azione collettiva, l’idea di socialismo di Smith è del tutto compatibile con la conservazione della famiglia, eccezion fatta per il lavoro domestico.
Perché rimanere ambigui su una materia tanto importante? L’Iso cerca di attrarre giovani idealisti della sinistra liberale, presentando loro una versione di “marxismo” ritagliata su misura per le loro idee e i loro pregiudizi. Questa organizzazione non prende quasi mai, su qualsiasi questione, una posizione che sia veramente impopolare nell’ambiente radical liberale americano. Le giovani con una mentalità femminista troverebbero molto attraente l’idea di una vita famigliare senza lavori domestici. Ma dover rinunciare alla casa di proprietà della famiglia, all’attaccamento esclusivo ai “propri” bambini? L’audience piccolo-borghese cui si rivolge Smith inorridisce di fronte al programma bolscevico di trasformazione della vita quotidiana con modi di vita collettivi. Come scrisse Kollontai:
“La lavoratrice, divenuta combattente sociale per la grande causa della liberazione dei lavoratori, deve sapere che non vi è motivo perché persistano le vecchie divisioni. Questi sono i miei figli, cui riservo tutte le mie attenzioni materne e il mio amore. Questi sono i tuoi figli, questi i figli del vicino, di loro non mi importa. Che siano pure più affamati dei miei, che abbiano più freddo, non mi importa dei figli altrui! Oggi la madre operaia consapevole deve imparare a non far distinzioni tra tuo e mio, a ricordare che sono solo i nostri figli, figli della Russia operaia, comunista”. [enfasi originali, nostra traduzione]
Ancora nel 1929, il Partito comunista russo (Pc) continuava a rivendicare l’estinzione della famiglia, nonostante l’ascesa al potere politico cinque anni prima di una casta burocratica conservatrice capeggiata da J.V. Stalin. Ma come abbiamo scritto in “La rivoluzione russa e l’emancipazione della donna” (Spartacist, edizione inglese n. 59, primavera 2006), “Nel 1936-37, quando la degenerazione del Pc russo fu completata, la dottrina stalinista sentenziò che si trattava di un ‘errore grossolano’ e chiese la ‘ricostruzione della famiglia su di una nuova base socialista!’”
La famiglia come costrutto sociale
Se Smith e Riddell sostengono falsamente che il primo regime bolscevico appoggiasse il ruolo tradizionale delle donne come principali responsabili della cura dei figli, Goldman li critica al contrario per non averlo fatto:
“I bolscevichi davano poca importanza al profondo legame emotivo tra genitori e figli. Pensavano di potere relegare a dipendenti pubblici stipendiati gran parte delle attenzioni necessarie ai bambini, anche nell’infanzia. Tendevano a sminuire l’importanza del legame affettivo tra madre e figlio per la sopravvivenza dei neonati e per il loro sviluppo durante la prima infanzia, anche se sarebbe bastata una rudimentale conoscenza del lavoro degli orfanotrofi prerivoluzionari per rivelare lo sconvolgente, bassissimo tasso di sopravvivenza dei neonati che vivevano in queste istituzioni e gli ostacoli frapposti al sano sviluppo dei bambini”.
Il paragone non ha senso. Il trattamento e la sorte dei bambini più piccoli nei miserabili orfanotrofi della Russia zarista non si può in alcun modo paragonare all’educazione collettiva dei bambini in una società rivoluzionaria. Uno Stato operaio, specialmente in un paese economicamente avanzato, avrebbe a sua disposizione le risorse umane e materiali necessarie a fornire ai bambini un’educazione migliore sotto ogni aspetto rispetto a quella di una madre nel quadro domestico di una famiglia privata.
I bolscevichi inoltre ponevano un forte accento sulla salute e sul benessere della madre e del bambino. Lo Statuto dei lavoratori del 1918 garantiva una pausa retribuita di almeno trenta minuti ogni tre ore per l’allattamento. L’assistenza alla maternità, introdotta quello stesso anno, garantiva un permesso di maternità di otto settimane a salario pieno, pause per l’allattamento e strutture per consentire alle donne di riposare sul posto di lavoro, assistenza gratuita prima e dopo il parto e sostegno finanziario. Questo programma, con la sua rete di reparti di maternità, di consultori, di luoghi di allattamento, di asili, di case per le madri e i bambini, fu tra le donne probabilmente la più popolare di tutte le innovazioni introdotte dal regime sovietico.
Le femministe, americane e non solo, condannano l’affermazione secondo cui “la biologia determina il destino”, vedendovi un’espressione di sciovinismo maschilista. Eppure Goldman da per scontato che delle donne (o degli uomini) che non hanno una relazione biologica con dei neonati o dei bambini in tenera età, non possano sviluppare sentimenti protettivi nei loro confronti simili a quelli della madre biologica. Forse i genitori di bambini adottivi sono di un’altra opinione. Ma anche le attuali procedure di adozione negli Usa si basano sull’idea che i bambini possono essere amati e curati soltanto in una “famiglia”, sia essa formata da padre e madre biologici, da genitori adottivi o da genitori gay o transgender. Lungi dall’essere una legge di natura, l’idea che l’educazione dei bambini sia possibile solo nel quadro della famiglia è un costrutto sociale.
Quando gli essere umani vivevano come cacciatori-raccoglitori (vale a dire, per la maggior parte dei 200 mila anni da cui esiste la nostra specie), l’unità fondamentale dell’esistenza umana non era la “coppia” ma la banda o la tribù. Un esempio non lontano venne raccolto dalle testimonianze dei missionari gesuiti tra il popolo cacciatore dei naskapi del Labrador. Come raccontò Eleanor Burke Leacock nella sua bella introduzione all’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (International Publishers, 1972), i gesuiti si lamentavano della libertà sessuale delle donne naskapi, dicendo ad un uomo che “nemmeno lui era sicuro che suo figlio, lì presente, fosse davvero figlio suo”. La risposta del naskapi parla da sola: “Voi siete pazzi. Voi francesi amate solo i figli vostri, ma noi amiamo tutti i bambini della nostra tribù”.
La scomparsa delle classi e della proprietà privata sotto il comunismo porterebbe inevitabilmente con sé la completa libertà nelle relazioni sessuali e la scomparsa di qualsiasi concetto di legittimità o illegittimità dei figli. Ciascuno avrebbe accesso a tutti i vantaggi della società per il fatto stesso di essere un cittadino del soviet internazionale.
La famiglia, veicolo dell’ideologia borghese
Vogel e Smith limitano implicitamente alle attività fisiche la loro definizione di lavoro domestico. Smith ad esempio scrive: “Le responsabilità quotidiane della famiglia ruotano ancora attorno al cibo, al vestiario, alle pulizie e alla cura dei propri membri, una responsabilità che ricade ancora in gran parte sulle donne”. Ma la crescita dei bambini in vista del loro ingresso nel mercato del lavoro non è come l’allevamento di agnelli e vitelli per il mercato del bestiame. La riproduzione della forza-lavoro umana non ha solo carattere biologico, ma anche sociale, vale a dire ideologico. Anche portare un bambino in chiesa o al catechismo è una forma di lavoro domestico importante per il mantenimento del sistema capitalista. Così come portare un bambino a vedere un film che esalta i “valori famigliari”, il patriottismo, ecc. La famiglia è la principale istituzione tramite cui le varie forme di ideologia borghese vengono trasmesse da una generazione alla successiva.
L’Abc del comunismo (1919), scritto da due bolscevichi di primo piano, Nikolai Bukharin e Evgeny Preobrazhensky, spiegava che l’esigua minoranza dei capitalisti non può dominare la classe operaia solo con l’uso della forza fisica e della coercizione esercitata da polizia ed esercito. Il mantenimento del sistema capitalista richiede anche la forza delle idee:
“La borghesia sa bene di non poter reprimere le masse operaie colla sola forza bruta. Pensa perciò che bisogna tessere una sottile ragnatela intorno al cervello di questa gente. (...) Con questo spirito lo Stato capitalista educa tecnici, maestri di scuola e professori borghesi, preti e vescovi, scribacchini e giornalisti borghesi, perché provvedano a rincretinire e addomesticare il proletariato.”
Bukharin e Preobrazhensky indicavano tre principali istituzioni tramite cui si mantiene il dominio ideologico borghese: il sistema scolastico, la Chiesa e la stampa, che oggi include i mass media, i film, la televisione e internet.
Nei paesi capitalisti avanzati, dove i bambini sono considerati di proprietà dei genitori, la famiglia ha un rapporto diverso con ciascuna di queste istituzioni. Dall’età di cinque o sei anni i bambini hanno l’obbligo legale di frequentare la scuola (pubblica o privata) e quelli più piccoli spesso frequentano le scuole materne. Fin da piccolissimi i bambini guardano la televisione, sotto il controllo di qualche genitore, di solito la madre, che sceglie i programmi. A differenza degli insegnanti e dei produttori televisivi, i preti non hanno accesso diretto ai bambini (negli Usa, come in altri paesi, sono i genitori a decidere se i figli devono essere o meno sottoposti a indottrinamento religioso). Almeno all’inizio, questo indottrinamento viene imposto ai bambini contro il loro desiderio personale. Probabilmente non esiste un solo bambino di quattro o cinque anni sulla faccia della terra che non preferisca giocare con altri bambini piuttosto che partecipare a una cerimonia religiosa.
Prendiamo un bambino di dieci anni i cui genitori sono cattolici praticanti. Va in chiesa da quando è nato. Frequenta una scuola cattolica al posto di quella pubblica (o in aggiunta). A casa sente dire le preghiere prima dei pasti e conosce molte espressioni quotidiane di fede religiosa. É possibile che aderirà al credo e alle dottrine cattoliche, almeno fino all’età in cui sarà affrancato dall’autorità dei genitori.
Prendiamo invece un bambino di dieci anni i cui genitori non sono religiosi. La sua conoscenza della religione si limita a ciò che ha imparato a scuola e a qualche informazione dalla televisione, dai film o da discussioni con altri bambini cresciuti in un ambiente religioso. Quasi sicuramente il bambino sarà irreligioso. Ma il fatto di essere irreligioso non rende un bambino immune da altre forme, probabilmente più “progressiste” di ideologia borghese. Un bambino cresciuto da genitori che aderiscono ad un “umanismo laico” probabilmente sosterrà il liberalismo politico negli Stati Uniti o la socialdemocrazia in Europa occidentale e forse anche l’élitismo intellettuale. Esiste anche una corrente atea libertaria (associata a Ayn Rand) che glorifica l’individualismo egoista e il “libero mercato” capitalista. La religione non è l’unica forma di ideologia borghese reazionaria.
Oltre alle donne, la famiglia opprime anche i bambini e deforma parecchio la coscienza degli uomini. Questa fondamentale verità sociale è ignorata, se non negata, dalle femministe liberali e “socialiste”. Per loro, ammettere che l’oppressione dei bambini è intrinseca alla famiglia significherebbe (colmo dell’orrore!) criticare il comportamento socialmente condizionato delle donne nel loro ruolo di madri. Le sedicenti marxiste come Vogel e Smith, che diffondono la tesi per cui il lavoro domestico è la base dell’oppressione delle donne, considerano il ruolo delle madri nei confronti dei figli come esclusivamente benefico.
Contro la repressione sessuale dei bambini
Le tante femministe che condannano gli abusi fisici dei bambini, sono di fatto indifferenti agli abusi psicologici di cui questi sono vittime. Tanto per fare un esempio, i figli di genitori fondamentalisti cristiani (cattolici o protestanti poco importa) subiscono una tortura mentale per convincerli che andranno all’inferno se si comportano male.
Molto più diffusa e psicologicamente dannosa è la repressione sessuale dei bambini che si estende fino all’adolescenza. La società capitalista tende a punire le espressioni di sessualità dei bambini fin dalla nascita. Anche i genitori più aperti non possono mettere i figli al riparo dall’ideologia moralista e sessuofoba che pervade la società americana, a partire dai reparti rosa e azzurri separati di Toys “R” Us (ndr negozi di giocattoli), fino alla proibizione della nudità in pubblico e alla demonizzazione di qualsiasi attività sessuale dei bambini, compresa la masturbazione. Più dei padri sono le madri, per il ruolo principale che svolgono nell’accudire i bambini piccoli, ad iniziare il processo di repressione sessuale, insegnando ai bambini a vergognarsi dei loro corpi e a sopprimere la naturale curiosità.
Anche August Bebel, uno dei principali dirigenti della socialdemocrazia tedesca al passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, sembra un libertario estremista sul piano sessuale a confronto delle attuali “femministe socialiste”. Ne La donna e il socialismo (1879) insisteva:
“La soddisfazione dell’istinto sessuale è questione personale di ogni individuo, precisamente come il soddisfacimento di qualunque altro istinto naturale. L’uno non deve rendere conto all’altro, e chi non vi è chiamato non ci si deve immischiare. (...) Il semplice fatto che spariranno l’alone di mistero e l’imbarazzato moralismo che oggi circondano delle faccende del tutto naturali garantirà delle relazioni tra i sessi più naturali rispetto a quelle prevalenti oggigiorno”. [enfasi originali, nostra traduzione]
Si possono leggere centinaia di pagine delle odierne “femministe socialiste” senza trovare mai scritto che la società socialista consentirà a tutti di soddisfare meglio i propri bisogni e desideri sessuali.
Il futuro comunista
Sotto il comunismo, le persone saranno veramente libere di plasmare e modificare i loro rapporti personali. Evidentemente, non si tratta di una libertà assoluta. La specie umana non può trascendere la sua costituzione biologica e i suoi rapporti con l’ambiente naturale. Anche l’uomo e la donna comunisti invecchieranno e moriranno. L’umanità comunista non può cancellare il passato e ricostruire una società totalmente nuova. L’umanità comunista erediterà l’intero patrimonio culturale accumulato nella storia della nostra specie, nel bene come nel male. Non possiamo conoscere le pratiche sessuali della società comunista, che si svilupperanno nel futuro. Qualsiasi previsione, per non dire prescrizione, porterebbe l’impronta degli atteggiamenti, dei valori e dei pregiudizi determinati da una società repressiva e dalla divisione in classi.
Una differenza fondamentale tra il marxismo e il femmismo, che si professi liberale o socialista, sta nel fatto che il nostro obiettivo ultimo non è l’eguaglianza di genere in quanto tale, ma uno sviluppo progressista dell’insieme della specie umana. L’educazione collettiva dei bambini in condizioni di abbondanza materiale e di ricchezza culturale produrrà degli esseri umani le cui capacità mentali e il cui benessere psicologico saranno molto superiori agli individui che popolano la nostra società povera, oppressiva e divisa in classi. In un discorso del 1932 sulla Rivoluzione russa, pubblicato in “In difesa dell’Ottobre” (Fourth International, luglio-agosto 1947), Leon Trotsky disse:
“É vero che più di una volta l’umanità ha generato dei giganti di pensiero e azione che svettano sui loro contemporanei. La razza umana può andar fiera dei suoi Aristotele, Shakespeare, Darwin, Beethoven, Goethe, Marx, Edison e Lenin. Ma perché sono così rari? Soprattutto perché, senza quasi eccezione, sono sorti dalle classi medie e superiori. Con qualche rara eccezione, le scintille di genio nelle profondità oppresse del popolo vengono soffocate prima di divenire fiamma. Ma anche perché il processo della creazione, dello sviluppo e dell’educazione degli esseri umani resta com’era una attività essenzialmente casuale, non illuminata dalla teoria né dalla pratica, che sfugge alla coscienza e alla volontà...
Una volta eliminate le forze anarchiche dalla società l’uomo si metterà al lavoro su sé stesso, col mortaio e il pestello del chimico. Per la prima volta l’umanità vedrà in sé stessa una materia grezza, o almeno un semilavorato fisico e psicologico. Anche in questo campo, il socialismo comporterà un balzo dal regno della necessità al regno della libertà: l’uomo contemporaneo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi squilibri, aprirà la strada ad una razza nuova e più felice.”
(Tradotto da Workers Vanguard n.1068 e n.1069 del 15 e 29 maggio 2015)
http://www.icl-fi.org/italiano/spo/79/donne.html
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